Dolceamaro
di Steve Berman, U.S.A.
(traduzione di Barbara Zappitello)
I ragazzi ordinarono la migliore bevanda calda che si possa bere in bicchiere: il caffè alla vietnamita. La base era di latte condensato color avorio. Lo strato superiore era caffè di cicoria così marrone da sembrare nero. I ragazzi si stupivano di questa dicotomia. A Philly c'era un solo coffee shop che serviva il loro preferito. Manifesti e volantini rivestivano quasi tutte le pareti. Nell'aria risuonavano le note dell'ultimo singolo dei Red Caps, un remix decisamente esagerato di 'Hungry Like The Wolf'.
Dault guardò Jerrod inclinare il bicchiere, le labbra pallide per il vapore. Languido e pallido, Jerrod non amava superare i limiti. Probabilmente era stato il primo bambino a disegnare entro i bordi. Quel tipo di persona a cui dispiace dover essere il primo ad intingere il cucchiaio nel vasetto di burro di arachidi.
"Usciresti con un Omino di Zenzero?" chiese Dault. Questa divagazione gli dette modo di tuffare il cucchiaino nel suo bicchiere per girare il caffè.
"Ma se sono diabetico…" La fronte di Jerrod si corrugò, facendolo sembrare doppiamente serio. "E poi io ho te".
Dault bevve per diversi secondi tanto da farsi venire dei baffi scuri. Avrebbe fatto di tutto per far sorridere il suo ragazzo. E funzionò. "Qualcuno ci ha tratto un cartone animato da questa fiaba, e l'ha messo su YouTube". Si pulì le labbra con il dorso della mano.
"Quella con il lupo?"
"Non era un lupo, era una volpe. Bevi il tuo caffè. Preferiresti uscire con un lupo o con l'Omino di Zenzero?" Dault si era chiesto spesso come sarebbe stato baciare un lupo. I lupi prima ti baciano e poi ti chiedono il permesso. O forse non te lo chiedono affatto.
"Mi stai mollando perché possa mettermi con dei personaggi immaginari?"
Dault non osò esitare nel rispondergli. Jerrod aveva una lunga lista di angosce, molte più di qualunque altro ragazzo con cui era stato. Al primo posto doveva esserci la paura che il piede peggiorasse, ma il modo in cui aveva sfidato Dault a chiudere tra loro gli faceva pensare che anche Essere Scaricato fosse molto in alto nella lista. Nel vedere gli occhi color nocciola di Jerrod brillare mentre erano fissi sulla tovaglia, come se stesse consultando quella lista, Dault si pentì di aver fatto la battuta. "No," disse con cautela, "semplice curiosità."
Jerrod annuì e sorrise. "Credo che un lupo russerebbe. Beh, forse uscirei con il lupo della fiaba dei tre porcellini. Quello che insegue Cappuccetto Rosso è troppo etero. E poi l'Omino di Zenzero non scappa via?"
"Esatto, tutta quella storia del 'Corri, corri più veloce che puoi.' Ma credo che ai giorni nostri farebbe l'autostop. O pattinerebbe sui biscotti."
Le stampelle di Jerrod cominciarono a scivolare giù dal muro, strappando i poster delle band stampati su carta rossa. Dault le afferrò prima che sbatacchiassero a terra. Ci sarebbe inciampato sopra come aveva fatto la prima volta che si erano incontrati al corso di Storia del Prof. Corlen, alla settima ora. Jerrod aveva avuto un'espressione così colpevole che Dault sapeva già che avrebbe risposto di sì quando gli chiese di uscire.
"Perché scappò?" Finalmente Jerrod bevve un sorso. Dault sapeva che non avrebbe finito il caffè. Era preoccupato per gli zuccheri nel sangue.
"Fu incastrato da due lesbiche. Volevano un figlio."
"Non potevano adottarne uno?" chiese Jerrod.
"Io sono stato adottato."
"Bugiardo. Assomigli a tua madre."
"Anche lei è stata adottata. Ci hanno presi insieme come pacco unico."
"Vorrei non avere i parenti che mi ritrovo."
Dault sapeva che da un momento all'altro Jerrod sarebbe potuto precipitare in una spirale di depressione grave; la vita familiare del suo ragazzo era l'Argomento Innominabile da evitare a tutti i costi. Ma recentemente Jerrod aveva lasciato cadere qualche accenno, piccole mal mots. Tipo, che un brutto divorzio non metteva al riparo da cattivi geni.
"Ti adotterò io." Dault si sporse in avanti per scompigliare i capelli biondi e fini di Jerrod.
Jerrod cercò di scansarsi. "Tu vuoi solo farmi dimenticare quello che accadrà domani."
Il viaggio in aereo a Indianapolis con il padre. L'operazione subito il giorno dopo. Se tutto fosse andato bene, ci sarebbero state settimane di riabilitazione. Se invece le cose fossero andate male, allora ci sarebbe stata una riabilitazione molto più lunga. Perdere l'uso di un piede comportava terapie di tutti i tipi. Dault si disse che non doveva immaginarsi Jerrod immobilizzato su una sedia a rotelle.
"Voglio vederti scendere dall'aereo con le tue gambe."
"Zoppicherò. Avrò ancora le stampelle." Jerrod allontanò da sé il bicchiere. "Non voglio andare."
"Neanche io voglio che tu vada." Ma in realtà Dault voleva che andasse. Lui voleva un Jerrod tutto intero, non a pezzi. Non sapeva se sarebbe riuscito a stare con chi aveva subito un'amputazione. Questo l'avrebbe reso una persona disgustosa, voglio dire, solo il peggiore uomo al mondo mollerebbe il suo fidanzato disabile, no?
Avevano fatto l'amore un paio di volte, ed era stato imbarazzante. Sesso imbarazzante per colpa della circolazione del sangue e della depressione; Jerrod non riusciva ad avere una vera e propria erezione. Così Dault era stato costretto a rimanere sdraiato e a lasciar fare a Jerrod. Gli era sembrata una cosa egoistica, e si era ritrovato a fare delle battutine per non innervosirsi.
Dopo era stato tutto ugualmente strano. Dault si assopiva per poi svegliarsi improvvisamente, terrorizzato al pensiero di aver colpito il piede malato di Jerrod. Si sentiva i muscoli irrigiditi dallo sforzo di rimanere immobile per ore, mentre il corpo febbricitante di Jerrod trasformava il letto in un forno.
"Forse posso scappar via." disse Jerrod.
"Più veloce che puoi?"
Jerrod annuì. "Devono proprio cambiare l'album. È sempre la solita canzone?" Afferrò le stampelle. Dault notò come gli altri nel locale fissassero Jerrrod mentre cercava di mettersi in piedi. Lo stivaletto protettivo sembrava enorme, simile a quello che indossano gli astronauti.
"Come andò a finire per l'Omino di Zenzero?"
"Vuoi un'altra bugia?"
"Certo."
"Visse felice e contento. Incontrò un bel fornaio e fuggirono insieme."
"Solo dolcezze?"
"Dovrei tirarti uno schiaffo per questo."
"Dammi un bacio invece." Dault avrebbe voluto non essere costretto a chiederlo.
Dault vagò ore e ore per Philly, cercando di non preoccuparsi. L'estate avrebbe dovuto essere tempo di gite in spiaggia, coni gelato che si sciolgono, perlustrazioni sotto il molo cercando di vedere nell'ombra. Non depressione. L'sms che gli mandò Jerrod ore dopo non lo aiutò a sentirsi più sollevato. I messaggini di Jerrod erano sempre così perfetti. Mai un errore, mai un'abbreviazione. Una volta erano andati al cinema a vedere un film horror e si erano scambiati sms per tutto il film e Jerrod aveva impiegato il triplo del tempo per scrivere i suoi messaggi.
'E se l'Omino di Zenzero non fosse stato una vittima? Se fosse stato un'esca? Lasciato cadere nei piatti della gente. Ci sarebbe stato chi l'avrebbe inseguito, i ragazzi lo avrebbero inseguito, e lui sarebbe scappato fino alla casa di quella strega. Anche quella fatta di pan di zenzero. Pensi che stia sbagliando?'
Dault rispose. 'Relax a ttti piace il pn di znzer come è andato il volo? Non preoccuparti tvb'
'Forse dovresti correre, correre più forte che puoi'
Dault emise un lamento. Provò a chiamare Jerrod, ma lui lasciava squillare il telefono senza rispondergli.
Quella notte si addormentò col cellulare acceso e surriscaldato sul cuscino.
Alla fine della settimana sua madre gli nascose il cellulare. Gli fece dondolare le chiavi della macchina davanti al viso e gli disse di uscire, di farsi un bel giro, di prendere un po' di sole e di non preoccuparsi se Jerrod non rispondeva alle sue chiamate o ai messaggini o alle mail da giorni. Lo minacciò spendere i suoi risparmi per il college in liposuzioni, se non l'avesse ascoltata.
Sua madre gli restituì il cellulare solo quando lui le spiegò che era rischioso girare per le strade senza averlo dietro. Le macchine si guastano. I coprifuoco si infrangono. La gente si perde.
Come il suo ragazzo. Si chiese se Jerrod fosse diventato un gran vigliacco ed avesse scelto il silenzio per chiudere la loro relazione. O forse aveva deciso di diventare un martire - sì, Dault ce lo vedeva a fare una cosa simile, a decidere che Dault avrebbe vissuto meglio senza un fidanzato storpio. Quella parola lo faceva stare male, e lo faceva vergognare di sé.
Se ne scappò a New Hope, con quelle sue strade pulite affollate di turisti, e le gang in motocicletta. Qui i ristoranti ti facevano pagare quasi venti dollari per un piatto, oppure ti servivano gli hamburger nei piatti di carta. Negozi di articoli in pelle, botteghe Wiccan(1) e artigianato del vetro decorato.
Si sedette sui gradini di un negozio di tatuaggi, a guardare le persone che passavano. Si mise a pensare alla possibilità di farsi tatuare una frase ad effetto, tipo 'Mordimi' o 'Mangiami'. Alla fine si mise a ridere, cercando di immaginarsi dove sarebbe stato carino farsi fare il tatuaggio.
Passarono tre ragazzi. Avevano capelli sparati in alto con il gel, canottiere di un bianco abbagliante sulla pelle abbronzata, e pantaloni calati sotto la vita sottile. Abbronzatura dorata. L'ultimo dei tre ragazzi incrociò lo sguardo di Dault, e si voltò perfino a sorridergli mentre si allontanava lungo l'isolato.
Più tardi li vide al di là della strada che entravano in una gelateria. Il terzo ragazzo indugiò sulla soglia, e fece a Dault un leggero cenno al quale lui non potè fare a meno di sorridere. Sempre lo stesso ragazzo uscì dal negozio con due coni gelato in mano e attraversò la strada correndo. Ci mancò poco che una Volkswagen non lo investisse in pieno.
"Ciao, sembri triste". Il ragazzo aveva i capelli color zenzero sotto ciocche più chiare. Gli offrì uno dei coni. "Dai, prendilo."
Dault non potè fare a meno di sfiorare le dita del ragazzo mentre afferrava la cialda.
Il ragazzo gli si sedette accanto senza chiedergli il permesso. "Allora, sei qui per curiosare o per comprare?"
"Cosa?"
"I ragazzi li guardi soltanto o ne stai cercando uno da portare a casa?"
Dault arrossì. "Guarda che mi hai comprato solo un gelato, mica un anello."
Il ragazzo annuì. Aveva un dente davanti scheggiato, e dette un morso alla pallina del suo gelato. "Dai vieni con noi. Divertiti un po'".
Sentì il cellulare vibrargli nella tasca dei bermuda. Era la suoneria di Jerrod, 'Average Superstar's Radiate'.
"Vedi, qualcuno vuole che tu venga con noi" disse il ragazzo, che indossava un paio di sandali e si era dipinto le unghie dei piedi di un bel rosso vivo.
Non poteva ignorare il telefono che squillava. Non lo aveva mai fatto prima. Ma quel sole caldo tratteneva il profumo della cannella nell'aria tutt'intorno al ragazzo, che gli andò a sbattere contro, e Dault si disse che, se avesse risposto e ne fosse venuta fuori quella conversazione triste dove Jerrod gli avrebbe detto che non sarebbe tornato, lui ne sarebbe uscito a pezzi. Meglio far finta che non c'era stata nessuna chiamata.
Così, quando il ragazzo gli offrì la mano per rialzarsi, Dault la prese e lo seguì al di là della strada dove c'erano gli altri ragazzi ad aspettare. Tutti e tre avevano un nome che cominciava con la R, ma Dault si disse che non doveva prestar loro tanta attenzione da ricordarli, men che meno quello del ragazzo dai capelli color zenzero. Altrimenti sarebbe stato come un appuntamento.
Arrivati al pomeriggio, i quattro avevano camminato fino a raggiungere il fiume. Dault aveva paura di perdersi tra gli alberi. Il ragazzo lo tenne per mano e lo guidò tra le betulle ed i ciliegi fino a quando il sentiero scomparve. Così come erano scomparsi anche gli altri.
"Inseguimi" disse il ragazzo dai capelli color zenzero.
"No, credo sia meglio che torni indietro". Il cellulare di Dault aveva trillato un paio di volte. Jerrod gli aveva lasciato un messaggio in segreteria.
Il ragazzo gli dette una manata sul petto. "Scommetto che non riesci a prendermi". Dopodiché cominciò a correre attraverso i filari di alberi. Dault lo vide togliersi la canottiera. Il suo cuore batteva forte come se fosse lui ad essere inseguito. Non dovrei, si disse, ma già aveva cominciato a seguirlo.
La strada da seguire era indicata dai vestiti lasciati cadere a terra. Un sandalo. Lui ne vide uno solo. I pantaloncini. Si aspettava di trovare anche gli slip, era curioso di vedere se sarebbero stati dei boxer o delle mutande, quando all'improvviso una mano gli afferrò un braccio, tirandolo giù per terra.
Il ragazzo dai capelli color zenzero gli rotolò sopra e, senza chiederglielo, lo baciò con forza sulla bocca. La lingua che si fece strada tra le labbra di Dault aveva un sapore dolce. Scoprì che per il resto quel ragazzo lo era molto meno.
Mentre guidava tornando a casa nel New Jersey Dault ascoltò il messaggio in segreteria. La Statale 295 sembrava deserta. Era in ritardo di ore. Sentiva ancora l'odore del ragazzo sulla sua pelle.
"Dault, lo ha rubato." La voce di Jerrod era così flebile. Forse sussurrava oppure faceva fatica a parlare. "L'Omino di Zenzero mi ha rubato il piede." Nient'altro. Cercò di riascoltarlo, ma sia il messaggio sia la voce erano svaniti. Forse era così stanco che aveva premuto il tasto sbagliato. Si ritrovò a sbandare verso il terrapieno e schiacciò il pedale del freno. Le ruote fischiarono e ci mancò poco che si spaccasse la testa sul volante. Il petto gli doleva dove la cintura di sicurezza lo aveva trattenuto. Fermò la macchina e decise che un bel pianto era proprio quello che ci voleva.
La luce sotto il portico di casa sua restava sempre accesa. Quando inserì la chiave nella serratura, il legno intorno alla maniglia scricchiolò come un impasto da dolci diventato raffermo. Spinse un dito oltre le schegge appuntite e sentì che gli entravano nella carne.
Sull'ultimo gradino della scala dell'ingresso c'era il bloc notes giallo dove sua madre annotava i messaggi telefonici.
'Ha chiamato Jerrod. Due volte. Sei stato fortunato.' Si sentì male perché aveva indovinato che lui aveva trascorso la notte con un altro ragazzo.
Arrivato in camera gettò il portafoglio sulla scrivania. Un foglietto di carta, lo scontrino dei gelati con su scritto il numero del terzo ragazzo. Il suo computer, a riposo fino a quel momento, si risvegliò.
L'avviso 'c'è posta per te' lampeggiò sulla foto sfocata nel desktop che ritraeva Dault e Jerrod che si baciavano. Lampeggiò sui loro occhi, chiusi i suoi, aperti quelli di Jerrod, che guardavano attenti il cellulare che stava scattando la foto tenuto un po' a distanza.
'Ciao Dault
mi dispiace essere scomparso. Mi hanno dovuto fare due operazioni una dopo l'altra e sono stato addormentato per la maggior parte del tempo. Credo che ora potrai prendermi in giro per essere un drogato. Ti dirò che, qualunque cosa mi abbiano iniettato in vena, era roba incredibile. Non ho mai provato dolore.
Il mio piede è tutto fasciato stretto. Il dottore (è quel tizio in gamba che ha lavorato per la squadra di calcio locale… questo mi farà diventare un atleta onorario?) ha detto che tra pochissimo sarò in grado di muovere le dita. Ma niente ballo. Non ballo, lo sai.
Ti prego, ti prego perdonami. Mio padre voleva soltanto che io riposassi.
Devo aver fatto impazzire tua madre stasera con le mie telefonate. Mi ha detto che eri uscito. Per favore, per favore chiamami domani. Sentire la tua dolce voce migliorerebbe le cose.
Con amore
Un Jerrod tutto intero.'
Dault guardò il suo cellulare. Quel messaggio agghiacciante. Lo aveva immaginato? Si strofinò il viso e sperò che tutta questa giornata fosse stata un'allucinazione.
Premette il tasto 'rispondi'.
'Jerrod
sono contento che l'operazione sia andata bene. Ora hai bisogno di riposarti e di guarire. Non preoccuparti del ballo. Ti prometto che non ti inviterò a ballare.'
Dault smise di scrivere per la paura di quello che avrebbe scritto dopo. Pensò di nascondersi dietro a qualche bugia. Jerrod non avrebbe mai dovuto venire a sapere del ragazzo di zenzero. O forse il suo cellulare avrebbe squillato nuovamente con la sua coscienza in linea che gli sussurrava? Non voleva che questa cosa lo logorasse.
'Ci vediamo quando torni a casa.
D'
Poteva non essere il classico bravo fidanzato, un Principe Azzurro di diciassette anni, ma Dault giurò che non aveva bisogno di interpretare il Cattivo della favola. Anzi, gli sarebbe piaciuto essere fatto di zucchero e spezie, e di tutte cose belle.
1 Wiccan (agg), relativo alla religione Wicca. La Wicca è la più diffusa e influente delle religioni appartenenti al movimento neopagano. La religione wiccana venne presentata per la prima volta nel 1954 attraverso gli scritti di un ex funzionario pubblico britannico esperto di esoterismo, Gerald Gardner. (NdR)
Testo segnalato da: Barbara Zappitello
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