La contessa
di James Magorian, U.S.A.
(traduzione di Giorgia Capelli)
Mio padre era un idraulico. Conosceva l'improvviso brontolio di circostanza, la testardaggine del metallo, i disegni picassiani di ruggine e macchie. Conosceva tutte le velocità dell'acqua, i nodi gordiani del sudiciume. Conosceva l'elogio vano e le nocche sbucciate. Conosceva le casalinghe ossessionate e i loro mariti fai-da-te dai timidi sorrisi e le scarpe bagnate. Conosceva tutte le catastrofi idrauliche e lo divertiva il fatto che accadessero in cantucci bui e angoli oscuri dove poteva assaporare ogni ombra. Annegò nell'adempimento del dovere. Adesso ho io i suoi attrezzi.
Il direttore della compagnia finanziaria E-Z s'era stancato di sentire il rumore del bagno. Per me, i Bagni Canterini, così li chiamiamo noi professionisti, sono un inno al mestiere, un canto così denso di significati simbolici che spesso mio padre si rifiutava di ripararli. "La ninnananna dell'acqua sgocciolante lega spiritualmente una persona alle sue tubature", disse una volta lui mentre eravamo nel bagno di Grace e Denton Murlant e ascoltavamo un otturatore fuori posto sull'apertura della valvola dello sciacquone. I Murlant avevano una diversa concezione del ritmo sicché chiesero che il loro bagno facesse silenzio. Li accontentammo, ma mio padre raddoppiò il conto.
Gli impiegati della compagnia finanziaria E-Z, uomini e donne, dividevano la medesima toilette. Li informai che sarebbe rimasta chiusa per lavori. Molti la presero come un affronto personale. Io feci spallucce, persi tempo in ufficio incatenando delle graffette per dare modo a ognuno di fare un ultimo pellegrinaggio.
La canzone del bagno della compagnia finanziaria E-Z non era causata da un semplice otturatore come quella che rovinava le vite di Grace e Denton Murlant. Nessuna taratura della maniglia dello sciacquone poteva sistemare il problema. C'era bisogno di una vera e propria riparazione e con un po' di fortuna avrei dovuto sostituire dei pezzi.
Chiusi l'acqua del bagno, tirai lo sciacquone e studiai l'intera operazione. La sede della valvola era bucherellata, l'otturatore deformato, ma il vero problema era la guida dell'otturatore. Era uscita dal troppopieno di quel tanto da spostare l'otturatore dalla sua sede originaria. Presi un cacciavite dalla borsa degli attrezzi e allentai la vite che regolava la guida del troppopieno.
Con la guida di nuovo al suo posto, di modo che l'otturatore si trovasse perfettamente sull'apertura della valvola dello sciacquone, serrai la vite. I test eseguiti confermarono che la compagnia finanziaria E-Z non possedeva più un Bagno Canterino. Mi lavai le mani. L'unico suono, nella toilette, era il getto d'aria calda dell'asciugatore che pian piano faceva evaporare l'acqua dalle mie mani.
"Voglio sentire la rugiada evaporare nella luce del mattino", disse la Contessa Kruplotsky. "Vale a dire l'essenza di questa sonata, e tu farai dannatamente meglio a non mandarla in malora perché non ho tutto il giorno a disposizione".
Mia sorella Margaret si portò il violino al mento, lanciò un'occhiata veloce all'insegnante e fece quello che poté per quanto riguardava la rugiada.
La Contessa Kruplotsky era il fantasma preferito della mia infanzia. Una donna alta e robusta. Era la crème de la crème dell'aristocrazia europea, come ci tenne a precisare non appena apparve alla nostra porta, in risposta ad un annuncio che mia madre aveva lasciato nella bacheca di una lavanderia a gettone. In quanto spettatore innocente, io riuscivo ad apprezzarla. Margaret, troppo vicina al fuoco della sua follia, non poteva. Ogni sabato pomeriggio, alle tre in punto, la Contessa si presentava per la lezione di Margaret delle due. Impregnata di brandy all'albicocca e canticchiando pretenziose melodie, la Contessa Kruplotsky sfilava con grazia davanti al resto della famiglia. "Bene, Margaret, facciamola finita il più velocemente possibile".
Durante la settimana cercavo di rimanere fuori casa mentre Margaret si esercitava, ma il sabato pomeriggio era speciale, riservato, potrei dire imperdibile. Mi affascinava quella straniera squinternata, con le sue quindici libbre di perline e di spille, con le sue strane profezie.
"Una bambina come te, Margaret, farà una brutta fine. Ci sono creature della notte, esseri oscuri che sanno che non ti eserciti con le tue stramaledette lezioni".
L'incognita di ogni lezione era la quantità di brandy all'albicocca che la Contessa Kruplotsky aveva ingurgitato a pranzo. Pranzi quasi leggendari, come appresi, alla Winslow's Tavern, dove lei e le altre anziane maestre di musica si raccoglievano il sabato a mezzogiorno per fortificarsi in vista delle lezioni pomeridiane con quelli che non erano certo dei bambini prodigio.
Margaret faceva del suo meglio, ma la Contessa non si lasciava impressionare. "È un do diesis. Che diavolo c'è che non va? Mozart vomiterebbe se ti sentisse suonare. In questo concerto, il violino deve unire il cielo agli alberi di faggio, le meraviglie del creato, le più nascoste, deve estendersi come una benedizione alla fragile terra, al becco delle oche, al guizzo del salmone, al coniglio nascosto nella siepe malsicura".
Margaret ricominciava a suonare. Le sue note erano identiche al suono del trapano di un dentista. La Contessa Kruplotsky gridava e rovesciava a calci il leggio.
Il fattore imprevisto. Aspettavo tutta la settimana le sue meravigliose ramificazioni e raramente rimanevo deluso. Una volta la Contessa Kruplotsky si addormentò sul divano mentre Margaret sviolinava. Mamma la risvegliò alle sei e la mandò via confusa e traballante nella notte. Un'altra volta passò un'ora nel bagno a cantare in maniera sconclusionata e, così crediamo dalle prove lasciate, a stare con i piedi a mollo nella vasca. Un altro sabato, quando io e Margaret eravamo gli unici membri della famiglia presenti, la Contessa passò due ore nell'ingresso, con la faccia sul tappeto, mentre Margaret suonava nel posto assegnatole nel soggiorno. Non c'è da stupirsi per le scuse fantasiose che accampavo ogni sabato per rifiutare gli inviti alle feste di compleanno e a tutti i giochi proposti dai bambini del vicinato. Sapevo che a quelle feste o a giocare a baseball avrei sempre potuto andare, mentre quella matta corretta al brandy non sarebbe durata per sempre. Serbavo gelosamente ogni momento, in particolar modo le poche parole che mi diceva. Una volta, dopo aver preso un biscotto dal piatto che le porgevo, mi lanciò un'occhiata stordita e disse: "Spero di non dover mai dare lezioni a un piccolo, insignificante e cretino moccioso come te". Le dissi che da grande avrei fatto l'idraulico e lei annuì in segno di approvazione.
La Contessa Kruplotsky non notò alcun miglioramento nelle capacità di Margaret. "Credi che Mendelssohn volesse che tu saltassi una nota sì e una no di questo concerto? Qui dentro c'è la polvere delle prime gocce di pioggia, la gioia e la speranza, la fiamma di una torcia, le sorprese del piacere. La punta delle tue dita dovrebbe modulare l'etereo colore dell'orizzonte, il profumo dei lillà, un cesto di pere".
Margaret diede un'occhiata all'orologio sul muro e continuò a emettere controvoglia il grugnito stridente di un cavo d'acciaio attraverso una puleggia.
Eppure, in un certo qual modo, invidiavo Margaret. Dovevo acquattarmi nell'ingresso e sbirciare da un angolo per prendere parte all'evento. Margaret aveva il posto migliore della casa per assistere al Contessa Kruplotsky Show. Solo Margaret, per esempio, seppe come la Contessa si incastrò con la testa nella veneziana.
La Contessa Kruplotsky aveva una procedura standard che conquistava il mio cuore. Si metteva i tappi nelle orecchie prima che Margaret cominciasse a suonare. Quelli di gomma che i cacciatori acquistano nei negozi di articoli sportivi. "Non cominciare ancora, Margaret", l'ammoniva la Contessa, prendendo i tappi per le orecchie dalla borsa e infilandoli. Non era certo un compito facile nelle sue condizioni. Spesso li metteva entrambi nello stesso orecchio.
D'inverno, la Contessa Kruplotsky entrava con passo malfermo indossando uno spettacolare cappotto e un cappello di pelliccia appartenuti a un passato remoto, che non toglieva durante la lezione dicendo "Non prevedo di trattenermi a lungo". Un sabato in cui nevicava si presentò senza cappotto né cappello. La neve le si scioglieva tra i capelli, mentre sedeva a gambe incrociate sul tavolo da caffé. "No! No! Devi fare una pausa dopo il primo movimento. Aspetta, commovente come un ombrello dimenticato in valigia. Poi riparti piano, seguendo il violoncello come un detective da due soldi. Scegli! Scegli! Non puoi permetterti di restare neutrale. Affronta la corrente con granitica devozione".
Quale che fosse la ragione, la Contessa Kruplotsky lasciava dietro di sé perline e spille. Le trovavamo sul pavimento del soggiorno, sul divano, nei vasi delle piante di mamma, nel frigorifero. Ad ogni lezione un filo di perline si rompeva, perché la Contessa Kruplotsky, mentre Margaret suonava, mordeva la collana nello stesso modo in cui un soldato ferito morde una pallottola mentre viene medicato. La Contessa si toglieva la collana dalla bocca solo quando aveva bisogno di parlare. "La scimmia di un suonatore di organetto conosce la musica più di te".
Le lezioni di musica di Margaret ebbero una fine improvvisa un sabato in cui la Contessa Kruplotsky bevve l'acqua della boccia dei nostri pesci rossi, se ne ficcò due molto sorpresi nella borsa e se ne andò nel bel mezzo di una partita di Bach, con ogni nota che suonava come un fuoco di artificio in una cassetta delle lettere. Mamma non riuscì più a ritrovarla. Come Amelia Earhart(1), semplicemente svanì. Il sabato per me diventò un giorno come un altro.
1 Amelia Earhart (1897-1937), aviatrice americana, prima donna ad effettuare la trasvolata Atlantica nel 1928. Il 2 luglio 1937, tentando il giro del mondo in aereo, scomparve in prossimità dell'isola di Howland (Oceano Pacifico), dopo aver percorso più di 22.000 miglia delle 29.000 totali. (NdR)
(Per gentile concessione del magazine The Harvard Advocate, Harvard University)
Testo segnalato da: Buràn
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