Una fiaba di Capodanno
di Linor Goralik, Russia
(traduzione di Manuela Vittorelli)



Il volo dalla città di K. sarebbe durato un'ora e cinquantacinque minuti. L'aereo decollò alle due di notte secondo l'ora locale.

- Fedja, - dissi, - entro domattina dobbiamo consegnare una fiaba per lo spettacolo di fine anno. Tra il pubblico potranno esserci bambini molto diversi. Per esempio, gravemente malati. Oppure orfani. Dunque la nostra fiaba dovrà essere molto positiva. Abbiamo un'ora e cinquantaquattro minuti. Ci inventiamo una fiaba di Capodanno positiva?
Fedja si agitò sul sedile, pensoso.
- Cosa c'è nelle fiabe di Capodanno? - dissi. - Nonno Gelo, un abete, i regali, la notte, i miracoli, cose di ogni genere. Bambini di ogni genere.
- Orfani gravemente malati, - disse Fedja.
- Una fiaba positiva, - dissi io. - Assolutamente positiva, dall'inizio alla fine.
- Ecco qui, - disse Fedja. - In due minuti esatti. C'era una volta un bambino (Fedja fece una bellissima voce da fiaba, come se fosse seduto sotto l'abete), sì, un bambino che veniva da una famiglia povera povera. E sapeva che nella notte del nuovo anno non avrebbe ricevuto alcun regalo. Allora quella notte si stava trascinando verso casa...
- E da dove veniva, quel povero bambino, la notte dell'ultimo dell'anno? - mi interessai.
- Dalla fabbrica, - disse Fedja. - Da una terribile fabbrica dove sfruttavano i bambini. E così lui camminava e camminava nel gelo, e dietro tutte le finestre splendeva un abete, e gli altri bimbi aspettavano i regali. Solo il bambino povero sapeva che quella notte non gli avrebbe portato niente di bello. Niente niente niente. E lui era molto molto infelice. E finalmente arrivò nella sua casetta tutta scrostata, dove non c'era neanche una finestra accesa, entrò nell'androne buio sporco e puzzolente, chiamò l'ascensore, l'ascensore arrivò, le porte di aprirono e nell'ascensoooooore, - disse Fedja con la sua migliore voce da fiaba, - nell'ascensooooore illuminato... C'era la sua maestra. Nuda. E dal sedere le spuntava. Una bellissima. Piumosa. Scoooopa.

Fedja e io ci fissammo in silenzio per un po'.

- Lei non è un bambino, - disse seccamente Fedja. - Non può capire.
- Senta, Fedja, - dissi, - Ci sono degli orfani gravemente malati che aspettano la nostra fiaba. Abbiamo un'ora e quarantasei minuti. La prego, cerchi di pensare positivo. Per esempio: i bimbi una mattina si svegliarono e non c'era nessun abete. C'era, ma era scomparso.
- Positivo, - disse Fedja.
- No, che c'entra, questo è solo l'abbozzo e va a finire tutto bene, - dissi. - Saltarono su dal letto e videro le tracce dei rami. L'abete si era trascinato fin nella foresta, per trascorrere il Capodanno con la sua famiglia.
- Abbiamo degli orfani, - disse Fedja.
- Bene, - dissi. - lasciamo perdere. Facciamo diversamente. L'abete non era andato da nessuna parte. Questi erano semplicemente bambini molto ma molto poveri…
- Orfani gravemente malati, - precisò Fedja.
- Esattamente, - dissi. - Ed erano molto addolorati perché non solo il loro era un abete rubato, ma non avevano neanche i soldi per decorarlo. E allora andarono a dormire tutti tristi. Ma i topini, gli scarafaggini e i riccetti che vivevano sotto la loro casetta li avevano sentiti parlare. E anche il gattino e il cagnolino li avevano sentiti. E decisero di far loro una bella sorpresa. Così quando i bambini si svegliarono videro che l'abete era bellissimo, perché era decorato dai topini, dagli scarafaggini, dai riccetti, dal cagnolino e dal gattino. Che erano tutti appesi all'abete.

Fedja e io ci fissammo.

- Bisogna pensare positivo, - disse Fedja. - Non finì appeso proprio nessuno. Il bambino camminava per la strada buia buia e non si aspettava nessun regalo. E a un tratto arrivò un signore e gli mise in mano qualcosa di sferico che mandava un sibilo. Però subito accorse un poliziotto, gli strappò questa cosa sferica sibilante e la gettò oltre lo steccato e salvò la vita del bambino.
- Cos'era questa cosa sferica e sibilante? - domandai.
- Il regalo, - rispose convinto Fedja.
- E dov'è il Capodanno? - domandai.
- E va bene, - disse Fedja, - niente signore. Il bambino non si aspettava alcun dono. Ma arrivò a casa, e sul letto trovò un regalo. Enoooorme... dentro una carta rossa e oro! Con un nastro d'oro. Con il fiocco! Il bambino tirò il fiocco e il regalo scoppiò! I genitori morirono e il bambino fu finalmente libero. - disse Fedja con voce da fiaba.
- Abbiamo degli orfani, - dissi. - Gravemente malati. E ci restano un'ora e quarantuno minuti.
- Oh, e va bene, - disse Fedja. - Non scoppiò. Si aprì, e c'era dentro un coniglio!
- Non è positivo, - dissi io, - il coniglio può crepare da un momento all'altro. Anche domani.
- Come, domani? - disse sorpreso Fedja. - Se lo sono già mangiato oggi. È festa, è l'ultimo dell'anno!
- Un'ora e quaranta, - dissi.
- D'accordo, - disse Fedja. - Il coniglio non se lo sono mangiato. È un bel coniglio vivo, parlante, ed è lui Nonno Gelo. Vestito da Nonno Gelo.
- Non un coniglio, - dissi io, - un leprotto. Un leprotto di Capodanno.
- Un leprotto, - disse Fedja. - con tanti doni dentro il sacco. E dove li aveva presi, quei doni?... ?h! - disse Fedja. - Aveva svaligiato un deposito ortofrutticolo. Il leprotto cominciò ad andare in giro a regalare ai bambini carote. Una ne mangiava e una ne regalava. E dappertutto gli offrivano un bicchierino. E quando arrivò al bambino povero era già bello sbronzo. Entrò barcollando, incespicò nel tappeto e crepò. Restò lì stecchito, tutto sporco di vomito carotoso.
- Senta, Fedja, - dissi io, - è un buon inizio per un giallo. Capodanno, mattino. I bambini si svegliano, vanno in salotto e sotto l'abete trovano un leprotto vestito da Nonno Gelo. Coperto di vomito carotoso e morto stecchito. Eh? Eh?
- Un'ora e trentotto minuti. - disse Fedja. - Bambini gravemente ammalati, poveri orfanelli.
- Ma il leprotto vestito da Nonno Gelo non è male, no? - dissi. - Facciamo così: c'era semplicemente un leprotto. Notte dell'ultimo dell'anno. Leprotto orfano gravemente ammalato. Per il dispiacere andò a sbronzarsi in una bettola lungo la strada. Nella foresta. Il leprotto uscì barcollando, ed ecco che per la strada passò un slitta. La slitta tentò di schivare il leprotto, poi sbandò e si capovolse! Era Nonno Gelo, che si ruppe il collo e morì. Allora il leprotto per il rimorso tornò sobrio, si travestì da Nonno Gelo e cominciò a consegnare i doni. Così i bambini furono tutti felici e anche il leprotto, tutto sommato, cominciò a stare meglio. Fiaba positiva.

Tacemmo.

- Ecco, - disse Fedja, - Il nostro problema è che siamo incastrati negli stereotipi. Per la fiaba ci serve un'altra ambientazione, e così funzionerà. Per esempio, spostiamola nel futuro. Ecco, il futuro. Bambini-mutanti.
- Fedja, - dissi. - Le ricordo i bambini gravemente ammalati.
- Esattamente! - disse Fedja con voce da fiaba. - La bambina Lena è tutta verde. Ha otto braccia. Così i bambini ogni anno la mettono su uno sgabello, l'ornano di gingilli e lei fa l'abete mentre gli altri bambini ingollano vodka e si divertono. Lena invece è sempre più triste ogni anno che passa.
- Un'ora e trentuno, - dissi.
- Siamo al finale, - disse Fedja. - Finale lieto. Il fatto è che della piccola Lena era innamorato il piccolo Serë�a. Arrivò il nuovo anno. E Serë�a si impiastricciò di verde e salì sullo sgabello, e anche se lui di braccia ne aveva solo quattro i bambini capirono, lo ornarono di gingilli e di candeline e Serë�a stette tutta la notte sullo sgabello a luccicare mentre Lena ingollava vodka e si divertiva.
- Fedja, - dissi io, - Dio Santissimo.
- Va bene, va bene, - disse Fedja, - ma cambiare ambientazione non è male, no?
- Facciamo che tutto succede dentro un abete, - proposi.
- ?h! - disse Fedja, - A posto. Diventarono piccoli piccoli e si ritrovarono dentro l'abete, in mezzo a una foresta. E tutti i giocattoli dentro l'abete erano vere personcine, vere casette. Oh! - disse Fedja con voce festosa, - Ma la foresta era cupa cupa. E si accorsero che su tutto l'anno nuovo…
- Su tutto il paese, - mi intromisi.
- … su tutto il paese incombeva un'orribile minaccia. Qualcosa non andava, nella foresta. Ma i giocattoli prendevano tempo e non volevano dire di che si trattava. Però un vecchio gnomo che non aveva più niente da perdere raccontò ai bambini il terribile segreto. E il problema era che la stella sull'albero non era quella giusta.
- Aveva sei punte. - dissi io.
- Aveva cinque punte. - disse Fedja.
Ci fissammo in silenzio.
- Possiamo avere due varianti. Per due diversi tipi di pubblico. - dissi. - Ma loro mandarono la stella a quel paese e tutto andò a finir bene.
- Bimbi, - ricordò Fedja. - Gravemente orfani e ammalatissimi.

Tacemmo.

- Ecco, - disse Fedja. - C'è un bambino che vuole in regalo qualcosa di impossibile, ma lo riceve lo stesso.
- La ferrovia, - proposi.
- Sì. - disse Fedja. - Ma il suo papà è molto povero. E non può regalargli la ferrovia.
- Ma la notte dell'ultimo dell'anno il socio in affari di papà muore all'improvviso. - dissi io. - E il pacchetto azionario di maggioranza della ferrovia va al papà del nostro bambino. E per tutta la notte dell'ultimo dell'anno il nostro bambino cazzeggia sul treno per la sua bella ferrovia come gli pare e piace.
- Ottimo, - disse Fedja. - Ma niente da fare per il socio morto. Abbiamo gli orfanelli, noi.

Il pensiero di dover rinunciare a una fiaba così bella per un motivo così stupido ci addolorava profondamente.

Bisognava ricominciare tutto daccapo.
- Ecco, - dissi. - C'è un bambino che non crede a Nonno Gelo.
- Per bambini del genere ci vuole un narcotrafficante! - si animò Fedja.
- Perché sia festa anche per loro! - mi animai io.

Tacemmo.

- Come base bisogna prendere un fatto realmente accaduto. - disse Fedja. - Rende tutto più facile. C'era un bambino che non credeva a Nonno Gelo. La notte del nuovo anno suonano alla porta. La porta si apre e c'è un tizio, barba, berretto rosso, sacco in spalla. E allora il bambino! Si butta in avanti! Si trascina sulla pancia per il parquet! Con entrambe le mani si aggrappa ai calzoni di Nonno Gelo! E li tiiiiira! E cosa vede? Il pigiama a righe di suo padre.
- È una storia tragica, - dissi.
- Altro che, - disse Fedja. - Ero io, quel bambino.

Tacemmo.

- Senta, - disse Fedja. - Facciamo che Nonno Gelo si tira su una gamba del pigiama e sotto ci sono di nuovo dei calzoni rossi! Perché quello lì è davvero Nonno Gelo.
- E perché questa messa in scena? - domandai.
- Voleva mettere alla prova il bambino, - tagliò corto Fedja.
- E se si tira su il pigiama e il bambino vede una gamba tutta pelosa? - proposi. - E poi alza lo sguardo e vede Garry Kasparov!
- Non positivo, - disse Fedja. - Si deve strappare la maschera di Kasparov e sotto c'è la faccia di Putin. ?h! - disse Fedja recitando, - è Putin, che dice: "Bambino! Non è passato un mese che ho stracciato Kasparov per sessanta milioni di rubli. E con questi soldi ho deciso di comprare dei doni e consegnarli personalmente a tutti i bambini del paese!"
- Un'ora e dodici, - dissi.
- Perché, non va? - si stupì Fedja.
- Il leprotto, - dissi io. - Torniamo al leprotto.
- Il bambino si butta in avanti, - disse Fedja, - si trascina sulla pancia per il parquet, con entrambe le mani si aggrappa ai calzoni di Nonno Gelo, li tira e appaiono le zampe di un leprotto. Suo padre non è suo padre, ma una lepre.
- Già, - aggiunsi io, - e gli dice: "Amico, forse non è il momento giusto ma credo che sia ora di dirti la verità. Io e tua madre ci amiamo da molto tempo. Ma non temere, papà è al corrente e approva. E d'ora in avanti non avrai un papà solo, ma ben due!" Poi arriva il secondo papà, e anche lui è Nonno Gelo, e anche lui porta dei regali.
- Perfetto, - aggiunsi, - Ma ci sono gli orfani. Mi sembra una cosa indelicata.

Fedja e io ci fissammo.

- Senta, - disse Fedja, - quarantacinque minuti. Piantiamola di trasformare Nonno Gelo, chiaramente non funziona. Concentriamoci. Bambino. Sera. Nuovo anno. Arriva un Nonno Gelo normale. L'inghippo è nel fatto che porta qualcosa di pazzesco.
- Non sarà qualcosa che sibila e sta per esplodere? - domandai guardinga.
- No, - disse Fedja offeso, - ho detto pazzesco. Carne di porco.
- Ma cos'è, un bambino ebreo? - domandai.
Fedja mi guardò meravigliato.
- E allora?... - domandò tranquillo.

Tacemmo.

- Carne di porco, - dissi. - Bene. Andiamo avanti.
- Carne di porco, - disse Fedja facendo la voce da fiaba. - Di poooooorco. E dice: "Bambino! Oggi è una giornata speciale! Oggi puoi - anzi devi! - mangiare carne di porco".
- Non sarà mica stata carne di porco stregata? - domandai.
- Orribile carne di porco stregata! - confermò Fedja. - Tutti i bambini ebrei che la mangiavano si trasformavano in maiali. E Nonno Gelo li portava lontano lontano con la sua slitta nel suo allevamento di maiali stregato. E tutto l'anno nutriva quei bambini. Quando era ora di preparare i doni di Capodanno ne faceva carne di porco e la regalava ad altri bambini.
- E così ai bravi bambini ortodossi non mancavano mai i regali, - dissi.
- Ventotto minuti, - disse Fedja.
- Abbiamo cominciato la discesa, - disse il pilota.
Cominciammo a innervosirci.
- Bisogna far sì che Nonno Gelo porti qualcosa di pazzesco ma positivo, - dissi.
- Artane, - disse Fedja.
- Variante, - dissi. - Altro?
- Artane, - disse Fedja.
Ci fissammo.
- Quattordici minuti, - dissi.
- Allora, - disse Fedja, - Torniamo alle storie classiche. Torniamo a pensare positivo. Va tutto bene. Il bambino è bravo. Il Nuovo Anno è bello. L'abete è bello. Le lucine splendono. Il bambino ammira l'abete.
- Tutta la notte, - aggiunsi.
- La mattina la mamma entra nel salotto e trova il bambino seduto sul pavimento, la bocca impiastricciata di sangue e tutte le lucine mordicchiate, - disse Fedja con voce da fiaba.
Ci fissammo.
- Orfani, - sbottai presa dal panico. - Seiminutiduedelmattinofacciamopresto!!
- Bambinobuono AnnoNuovobello Abetebello Lucinesplendono Bambinoammiralucine NonnoGelo -buonooooo! - mitragliò Fedja, anche lui preso dal panico.
- Due minuti!
- Suonano alla porta!
- Il bambino va verso la porta!
- E apre!
- E c'è un fantastico Nonno Gelo!
- E porta un sacco pieno di regali!
- E cosa disse Nonno Gelo al bambino?.... - sospirai.

Lentamente lentamente Fedja si chinò verso di me, sgranò gli occhi, si portò le mani al petto e sussurrò:
- … e Nonno Gelo disse al bambino: CORRI, VOLODJA.



Testo segnalato da: Manuela Vittorelli
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