L'Astronomo
di Zoran Zivkovic, Serbia
(traduzione di Valentina Porretti)
I
Doveva fuggire dal monastero.
Non avrebbe dovuto nemmeno entrarci; non aveva mai voluto farsi monaco. Lo aveva detto a suo padre, ma lui era stato inflessibile, come sempre, e la madre non aveva osato contrastarlo, anche se sapeva che le inclinazioni e i talenti del figlio erano altri. I monaci l'avevano trattato male fin dall'inizio. L'avevano ingiuriato e umiliato, obbligato a fare i lavori più sordidi; e quando avevano iniziato con le visite notturne, lui non poté più sopportare.
Si mise a correre più veloce che poteva, e un'intera schiera di confratelli tozzi e scalmanati lo inseguì, urlando in modo orribile, con le torce e i mantelli sollevati, sicuri che non sarebbe riuscito a fuggire. Le gambe gli diventavano sempre più pesanti man mano che si avvicinava ai cancelli del monastero, che parevano indietreggiare con un moto proprio, facendosi più distanti a ogni passo.
Ma poi, quando stavano per raggiungerlo, all'improvviso i monaci si bloccarono sconvolti. Le loro urla oscene si tramutarono di colpo in grida terrorizzate di angoscia. Con mani tremanti iniziarono a farsi il segno della croce, additando qualcosa davanti a lui, ma tutto quello che riusciva a vedere erano i cancelli spalancati e, al di là, il limpido cielo notturno dispiegato. I cancelli non indietreggiavano più davanti a lui, e si sentì di nuovo leggero e veloce.
Fu immensamente sollevato quando raggiunse l'arco a volta del cancello principale. Sapeva che ora non potevano più raggiungerlo, che era riuscito a fuggire. Fece qualche passo all'esterno, incontro alle stelle, ma i suoi piedi si posavano su un terreno che non era solido come avrebbe dovuto essere. Atterravano su qualcosa di molle e viscoso, e cominciò ad affondare come se stesse camminando sulle sabbie mobili. Dimenò le braccia, ma non trovò appigli.
Comprese dove era caduto per via del tanfo terribile. Doveva essere la profonda fossa ai piedi delle mura del monastero; ogni giorno i cuochi vi buttavano gli scarti delle interiora degli animali macellati attraverso una decrepita porticina di legno. I monaci crudeli spesso minacciavano il ragazzo terrorizzato di buttarlo laggiù se non avesse soddisfatto i loro desideri perversi. La fossa certo non avrebbe dovuto trovarsi all'ingresso dell'edificio sacro, ma per qualche ragione quel supremo sacrilegio non gli parve né strano né sconveniente.
Cominciò a sprofondare rapidamente nel groviglio fitto degli intestini rigonfi, e quando si trovò immerso fino alle spalle fu preso dal panico. Ancora qualche istante e si sarebbe inabissato in quella palude viscida. Non potendo fare altro, sollevò gli occhi disperati, e là, illuminato dai riflessi delle torce lontane, vide la sagoma di una creatura nuda, con le ossa sporgenti, che stava acquattata sul bordo della fossa e lo guardava con un ghigno crudele.
Non vedeva le corna e la coda, ma anche senza quei segni distintivi, comprese senza esitazioni chi aveva davanti; ora, troppo tardi, capì cosa avevano visto i monaci terrorizzati. Istintivamente raggelò di fronte a quello sguardo malefico; improvvisamente desiderò scomparire il prima possibile sotto la superficie viscida per nascondersi lì sotto. Ora il sangue e il tanfo non lo nauseavano più; anzi gli apparivano desiderabili, l'ultimo rifugio prima del più terribile dei destini.
Ma quando fu completamente immerso in quella sostanza acquosa, scoprì che in realtà non era, come sembrava, un ammasso di resti di interiora di maiali, pecore e capre, ma un grembo materno, morbido e caldo. Vi si rannicchiò, le ginocchia sotto il mento, mentre una beatitudine infinita lo pervadeva. Nessuno poteva fargli niente lì; era al sicuro, protetto.
L'illusione paradisiaca non durò a lungo, però. Due occhi demoniaci, come un punteruolo acuminato, trafissero in un baleno gli strati di carne che lo circondavano e raggiunsero il suo minuscolo essere accoccolato. Cercò di ritrarsi, addentrandosi ancora di più nel grembo, fin nel punto più profondo, ma il suo persecutore non si arrese. La membrana sottile che circondava il suo rifugio scoppiò non appena vi appoggiò la schiena, non essendogli rimasto altro spazio per muoversi, e cadde all'esterno - nella realtà.
E con lui, fuori dal sogno, uscirono anche quegli occhi dallo sguardo fisso e lancinante.
Non riusciva a vederli nell'oscurità quasi totale, ma il loro tocco immateriale era quasi palpabile. All'improvviso sveglio, si accorse che c'era qualcun altro con lui nella cella. Non lo aveva sentito entrare, nonostante la porta cigolasse terribilmente visto che nessuno si era preoccupato di oliarla per anni. Era inusuale per lui dormire così profondamente; la notte prima dell'esecuzione poi, solo i criminali più incalliti riuscivano a dormire. Non erano gravati dal peso della coscienza né dal pensiero della morte imminente, e lui certamente non era uno di loro.
Alzò un po' la testa e si guardò intorno, confuso. Anche se aveva percepito di non essere solo, il suo cuore prese a battere all'impazzata quando vide la sagoma di un uomo imponente che sedeva sulle assi scoperte del letto vuoto accanto al suo. Non sarebbe riuscito a vederlo affatto, se non fosse stato per la torcia che ardeva nel corridoio e proiettava una luce flebile nella cella attraverso la sottile fenditura della porta corazzata. In quelle condizioni, l'unica cosa che poteva distinguere chiaramente erano le mani pallide giunte in grembo, mentre la testa era completamente in ombra, come se mancasse.
Meravigliato, si chiese chi potesse essere. Un prete, con tutta probabilità. Solo a loro era permesso visitare i prigionieri prima che fossero condotti all'esecuzione. Era già scoccata l'ora? Diede un'occhiata veloce alla finestrella in alto con le sbarre arrugginite, ma non c'era traccia di luce diurna. La notte era nera come la pece, senza luna, così che la finestra appariva solo come un rettangolo d'oscurità appena meno intensa dell'interno della cella.
Sapeva che non l'avrebbero condotto al palo prima dell'alba, e così fissò incerto la figura immobile. Perché era venuto così presto? Forse avevano intenzione di bruciarlo in anticipo, prima che si adunasse la folla? Ma non aveva senso. Era per quella massa di bruti che organizzavano le esecuzioni pubbliche degli eretici, per mostrare nel modo più impressionante cosa aspettava coloro che osavano contestare il catechismo. La vista del condannato, del suo corpo legato o inchiodato al palo, che si contorceva in un'agonia terribile mentre intorno a lui saettavano lingue ardenti di fuoco, aveva un effetto davvero dissuasivo anche sulle anime più audaci e ribelli.
O forse era l'ultimo tentativo per indurlo a rinnegare la sua scoperta. Quella naturalmente sarebbe stata la conclusione migliore per la Chiesa, ma lui non aveva alcuna intenzione di aiutarla; al contrario: era arrivato fino a questo punto solo per arrendersi ora? Se quello era ciò che stava accadendo, i loro sforzi erano vani.
"Ha fatto un brutto sogno," disse la testa invisibile.
La voce non gli era familiare. Non era qualcuno che aveva già incontrato nel corso dell'inchiesta e del processo. Aveva un suono gentile, ma questo poteva facilmente essere un inganno. Aveva avuto modo di conoscere bene l'ipocrisia dei preti. I problemi peggiori li aveva avuti proprio con quelli che sembravano comprensivi e disponibili, salvo poi rivelare all'improvviso il loro volto spietato.
"Cosa ve lo fa pensare?" chiese il prigioniero, allungandosi intorpidito sulla coperta sporca e logora che costituiva tutta la sua biancheria da letto.
"Ho visto che si contorceva senza requie nel sonno."
"Come potevate vedermi nell'oscurità totale?"
"Gli occhi si abituano al buio dopo esservi rimasti abbastanza a lungo e riescono a vedere piuttosto bene."
"Ci sono occhi e occhi. Alcuni si abituano, altri no. Io sono finito qui perché ho rifiutato di abituarmi all'oscurità."
Le dita del visitatore si intrecciarono lentamente sul grembo, e il prigioniero si rese improvvisamente conto che apparivano di un pallore spettrale perché portava dei guanti. Erano parte degli abiti da cerimonia dei dignitari della Chiesa, il che significava che l'uomo nella cella con lui non era un prete ordinario mandato per scortarlo al rogo. Quindi, non era ancora l'ora.
"Pensa di dissipare le tenebre con il bagliore del suo rogo infuocato?" Il suo tono non era cinico; piuttosto sembrava compassionevole.
"Non lo so. Non vedo altro modo."
"Ma è anche il modo più doloroso. Ha avuto l'opportunità di vedere con i suoi occhi la morte sul rogo, non è così?"
"Sì, certo. Mentre ero al monastero ci hanno condotto diverse volte ad assistere all'esecuzione di povere donne accusate di stregoneria. È una parte obbligatoria della formazione dei giovani monaci, come sapete. Niente come la paura riesce ad ispirare una devozione cieca alla fede."
"Sì, la paura è uno strumento potente nell'opera della Chiesa. Ma lei, a quanto pare, è rimasto immune dalla sua influenza?"
Il prigioniero si massaggiò il collo irrigidito. In qualche modo poteva ancora sopportare la sbobba che gli davano da mangiare, l'aria stantia e l'umidità che lo circondavano, lo squittire e il grattare continuo di roditori affamati, capaci - così gli avevano detto - di mordere le orecchie e i nasi dei prigionieri non vigili. Ma niente in quella prigione ammuffita era stato per lui così duro come la mancanza di un guanciale.
"Cosa vi aspettate che risponda? Che non ho paura di essere bruciato? Che il dolore che proverò tra poco sul rogo mi è indifferente? Solo un imbecille non avrebbe paura."
"Ma lei non è un imbecille. Allora perché non ha evitato una fine simile?"
"Non ho avuto scelta."
"Certo che l'ha avuta. La sola cosa che le venne chiesta fu di rinnegare pubblicamente il suo convincimento e pentirsi, che è la richiesta più indulgente che il tribunale dell'Inquisizione possa avanzare, quando si tratta di peccati ereticali gravi. Se l'avesse fatto, avrebbe mantenuto il titolo di astronomo reale e le avrebbero permesso di continuare a insegnare agli studenti."
"Chi seguirebbe le lezioni di un astronomo reale che ha rinnegato la sua scoperta per vigliaccheria?"
"C'è una domanda che viene prima di questo. Perché in primo luogo ha voluto annunciarla? Cosa pensava di ottenere così facendo?"
"Cosa avrei dovuto fare - tenerla segreta, tutta per me solo?"
"Era consapevole di essere in contrasto con gli insegnamenti di Madre Chiesa. Doveva prevedere che Essa avrebbe preso tutte le misure per proteggersi."
"Certo che l'avevo previsto. Ma contavo sul fatto che avesse le mani legate."
"Non sembrerebbe, vista la sentenza che le è stata comminata."
"Via, sapete perfettamente che il rogo non è ciò che la Chiesa desiderava. È stata una mossa obbligata, dopo che tutti i tentativi di convincermi a collaborare sono falliti."
"A giudicare dal suo stato, non direi che abbiano provato con tutti i mezzi possibili. Non sembra uno che abbia ricevuto dall'Inquisizione il trattamento completo."
"Certo, non sono una strega. Non hanno dovuto costringermi a confessare accuse insensate. Io non ho negato la mia colpevolezza. Per questo tutta l'inchiesta si è svolta come una specie di persuasione amichevole, sebbene - probabilmente solo per impressionarmi - sullo sfondo fosse sempre presente la potenza di tutti quei congegni per mutilare, squartare, mozzare, spezzare e torchiare. Ma non mi hanno nemmeno minacciato con quegli arnesi, e tanto meno mi ci hanno infilato dentro. Non si tortura qualcuno che ha valore solo come alleato. A cosa gli sarebbe servito un astronomo reale storpio o cieco?"
"Nemmeno dopo che l'alleanza è stata irrevocabilmente respinta? L'Inquisizione non vanta le virtù della clemenza e della pietà."
"È per questo motivo che è famosa per la sua pazienza e perspicacia. La sentenza è stata emessa, ma io non sono ancora stato bruciato. C'è ancora tempo. I tentativi per convincermi a passare dalla parte della Chiesa continueranno fino all'ultimo istante. Ad ogni modo, è per questo che voi siete qui, non è vero?"
Si udì un frastuono indistinto dal fondo del corridoio, seguito dal suono stridente di una chiave che apriva una porta e il lamento doloroso di qualcuno che veniva scaraventato nella cella come un sacco di patate. Gli investigatori dell'Inquisizione lavoravano soprattutto di notte. L'aula principale per gli interrogatori si trovava nei sotterranei; nonostante i muri spessi, periodicamente si udivano delle grida orribili, che indebolivano gli ultimi resti di volontà e resistenza degli altri prigionieri che aspettavano il loro turno di essere condotti laggiù. Mentre si allontanavano dopo aver chiuso sbattendo la porta, uno dei guardiani mormorò qualcosa all'altro, che rise con voce rauca. Lo scoppio di risa risuonò a lungo come un tuono attraverso il corridoio di pietra.
"Ma lei, naturalmente, non cederà?" domandò la voce dall'oscurità quando l'eco finalmente si spense.
"Naturalmente."
"Qual è la vera ragione di ciò?"
"Cosa intendete dire?"
"Lei non è un ingenuo idealista, rimasto coinvolto in tutto questo perché non sa come funziona il mondo, da quali forze è mosso. Al contrario, tutto quello che ha fatto sin dall'inizio sembra essere stato accuratamente pianificato. Ha acceso un fuoco che solo lei è in grado di spegnere. Serve una grande ingegnosità per capovolgere i destini della partita contro un'istituzione esperta come l'Inquisizione, per legarle le mani, come dice lei. E serve il coraggio del fanatico, che all'ultimo momento viene sempre a mancare agli idealisti, la volontà di andare fino in fondo, costi quello che costi. Lei certo è riluttante di fronte alla sofferenza che l'aspetta sul rogo, ma ciò nondimeno affronterà l'esecuzione solo perché questo nuocerà maggiormente alla Chiesa. Ma che cosa le ha fatto?"
Il prigioniero fece per mettersi seduto sul letto duro, sentendo una fitta di dolore che gli attraversò tutta la schiena indolenzita. Nel fare questo, un'immagine del sogno affiorò d'un tratto alla superficie della sua memoria. Era estremamente vivida, anche se statica, come un quadro ripugnante: i volti stravolti dei monaci libidinosi che cercavano di agguantare il suo corpo minuto e indifeso.
"Non è ancora presto per l'ultima confessione?"
"Non sono qui per ascoltare la sua confessione."
"Ma certo, mi era quasi sfuggito di mente. Voi siete qui per persuadermi a cambiare idea. Ma se credete veramente a quanto avete appena detto, deve esservi chiaro che questo è impossibile."
"Mi è chiaro infatti."
"E allora perché perdete il vostro tempo?"
Non ci fu una risposta immediata dall'altro lato della cella. Una mano si alzò dal grembo e si protese sulla panca di legno verso qualcosa che il prigioniero non riuscì a vedere. Subito dopo la mano rientrò nella striscia di luce tremolante proveniente dalla torcia nel corridoio. Ora reggeva un bastone nero sottile con una figura bianca intagliata sull'impugnatura.
"Ho più del tempo necessario." La voce era diventata smorzata, distante.
"Ma io no. Ho le ore contate."
"È vero. Presto verranno a prenderla per condurla al palo, ma prima di allora le verrà data un'ultima possibilità di accettare l'offerta della Chiesa. Ma, come noi sappiamo, lei rifiuterà. Anche se, in effetti, non fa alcuna differenza."
"Eccome se fa differenza. Se accetto, tutto quello che ho fatto sarà stato vano."
"No. Il danno è stato fatto nel momento in cui ha annunciato la sua scoperta, e questo non può essere cancellato. Il battito delle ali della farfalla doveva essere evitato prima che provocasse la tempesta. Anche se la Chiesa riuscisse a fare di lei un fedele alleato, potrebbe solo contenere i danni che ne conseguiranno."
"Credete veramente che questo sia sufficiente a farmi cambiare idea? Mi aspettavo da parte vostra qualcosa di più persuasivo."
"Io non ho alcuna intenzione di dissuaderla. Ma così stanno le cose, comunque. L'eresia è stata seminata su un campo fertile. Né il rogo né il pentimento distoglieranno i suoi studenti. Inizieranno a diffondere saperi proibiti, e ad aggiungerne altri. Una volta avviato, il movimento non potrà essere arrestato, per quanto l'Inquisizione farà tutto ciò che è in suo potere per ostacolarlo. Ha liberato il genio dalla bottiglia, e non può più rientrarvi. La Chiesa alla fine riconoscerà l'inesorabilità di tutto questo, ma allora sarà troppo tardi."
Il prigioniero si sforzava di distinguere il volto dell'interlocutore nell'oscurità impenetrabile, ma senza riuscirvi, sebbene le sue pupille fossero già completamente dilatate.
"Non è sconveniente per un uomo di Dio nutrire così poca fiducia nel futuro della Chiesa?"
"Cosa le fa pensare che io sia un uomo di Dio?"
Una cortina di silenzio scese di colpo nella cella. Passarono alcuni lunghi istanti prima che il prigioniero capisse che cosa non andava. Aveva trascorso molte notti da solo in quel luogo e sempre si sentiva un qualche genere di rumore: i lamenti dalle celle vicine, lo stridore dei cardini, il mormorio delle guardie, le urla attutite dai sotterranei, il fruscio di topi e ratti, lo scricchiolio delle assi del letto, i suoni distanti del mondo esterno. Ora tutto era misteriosamente scomparso.
"Chi siete?" domandò, trovando infine il coraggio per rompere quel silenzio tombale. Dall'oscurità non giunsero risposte; improvvisamente, ancora una volta, il prigioniero sentì la fitta degli occhi penetranti che l'avevano seguito fuori dal sogno. "Il Tentatore, forse?" Le parole erano quasi inudibili, così che lui stesso non era sicuro di averle pronunciate o solo pensate.
"Perché questo la dovrebbe preoccupare?" La voce era ancora gentile come prima. "Se sono il Tentatore, allora siamo dalla stessa parte. Abbiamo lo stesso avversario."
"Perché… perché siete qui? Cosa volete da me?" Provò un forte desiderio di farsi il segno della croce ma all'ultimo momento pensò che sarebbe stato in qualche modo inopportuno.
"Non voglio niente da lei. Al contrario, ho un dono per lei. Una specie di suggello della nostra alleanza. Un viaggio."
"Un viaggio?"
"Non si agiti, non dovrà uscire dalla cella, e sarà di ritorno in tempo, prima che la vengano a prendere."
"E che viaggio potrà mai essere se resterò qui dentro?"
"L'unico possibile date le circostanze: un viaggio attraverso il tempo."
Il prigioniero sbatté le palpebre. Non era reale quello che stava accadendo. Doveva essere ancora addormentato. D'altra parte, non c'era motivo per cui a questa consapevolezza dovesse necessariamente seguire il risveglio. Si portò una mano al viso e si pizzicò forte la guancia. Il dolore era reale. Anche troppo.
"Io non voglio… andare… da nessuna parte."
"Ma le piacerà il posto dove andrà. Ne sono assolutamente certo. Il futuro ha in serbo piacevoli sorprese per lei."
"Il futuro?"
"Sì. Quasi trecento anni da ora."
"Perché dovrei voler andare… nel futuro?"
"Anzitutto, per la curiosità. Non le interessa vedere se davvero è riuscito a mettere la Chiesa nel sacco? Certo, lei appare sicuro del fatto suo, ma intimamente deve pur avere un'ombra di dubbio. E se il suo sacrificio fosse vano?"
"Ma avete detto che non lo è. Che i miei studenti…"
"Un momento fa questo non era sembrato convincerla. Ad ogni modo, può forse fidarsi della parola del Tentatore, per quanto ora stia dalla sua stessa parte?"
"Cosa dovrebbe provare il futuro? Cosa dovrei vedere?" Mentre poneva queste domande, sentì di essere completamente folle. Si era lasciato trascinare docilmente in una conversazione assurda, impossibile. Dov'era finito il buon senso di cui era così orgoglioso? Era uscito di senno? Aveva sentito dire che a volte succedeva a chi era in attesa di essere giustiziato sul rogo. La paura stravolgeva la mente.
"Farebbe meglio a chiedere cosa non vedrà. Prima di tutto, non vedrà più un monastero sulla sommità di questa collina. I muri saranno ancora lì, ma non racchiuderanno più celle umide e buie, corridoi coperti dalla fuliggine delle torce, né la stanza delle torture nei sotterranei."
"Il monastero andrà in rovina?"
"No, sarà adibito ad altro."
"A cos'altro può essere adibito l'edificio di un monastero?"
La risposta fu preceduta da un breve silenzio che sembrò indicare una qualche esitazione, un'indecisione. "Penso che alla fine lo capirebbe senza il mio aiuto, anche se certo le dovrà sembrare… strano. Ma farà meglio a prepararsi. Non avrà molto tempo, e il futuro può avere un effetto sbalorditivo. Nell'epoca che visiterà, al posto del monastero ci sarà un osservatorio astronomico."
Sapeva che avrebbe dovuto rispondere qualcosa, che era ciò che l'altro si aspettava da lui, ma non riuscì a proferire parola. Le sue corde vocali vibravano, articolando domande confuse, ma la gola era occlusa e non ne uscì alcun suono. Teneva lo sguardo fisso davanti a sé senza espressione, la bocca vuota.
Nel silenzio infinito che regnava ancora una volta, una mano guantata di bianco pose il bastone tra le ginocchia, poi sparì tra le pieghe della veste nera. La mano indugiò un momento per trovare qualcosa, quindi riemerse con un oggetto piatto e di forma circolare nel palmo. Riflessi d'oro brillavano dagli intrecci cesellati. Il pollice della sagoma scura si muoveva lungo il bordo dell'oggetto, e il coperchio si aprì di scatto.
La mano si protese verso il prigioniero, ma lui rimase immobile. Non era indecisione; lo spasmo che gli aveva chiuso la gola ora si era propagato a tutto il corpo. Voleva muoversi, fare qualcosa, qualunque cosa, non poteva stare così inerte per sempre, ma i suoi muscoli si rifiutavano categoricamente di obbedire.
"Ah sì, prima che lei parta, c'è un'altra cosa che deve sapere. Le farà piacere, credo. L'osservatorio sarà intitolato a lei."
Il movimento con cui accettò l'orologio non aveva niente a che fare con la sua volontà. Gli sembrava che qualcun altro avesse ricevuto il dono del Tentatore, che lui fosse solo un osservatore, che anzi avrebbe dovuto mettere in guardia il peccatore imprudente dall'accettare quel dono, avvertirlo che era una follia. Ma non gli avrebbe dato comunque ascolto, la sua anima era già perduta, perciò non faceva differenza; invero, niente avrebbe più potuto aiutarlo.
Il quadrante dell'orologio irraggiava un biancore lucente. Nella cella buia era un faro che radunava naviganti, la fiamma di una candela che attirava insetti ronzanti, la luce di una stella che richiamava l'occhio di vetro di un telescopio. E sopra c'erano due lancette ornate disposte ad angolo retto a formare una grande lettera L.
II
Mentre osservava la superficie luminosa, trascurò di notare i cambiamenti che avevano iniziato a verificarsi. Qualcosa scintillava nella cella, apparizioni ancora più evanescenti di fantasmi la percorrevano, e lo spettro che gli parlava dall'altro letto sparì istantaneamente nel nulla.
La sua attenzione fu distolta solo dall'irrompere della luce del giorno attraverso le sbarre della finestrella in alto.
Non è ancora presto? Si domandò, sollevando gli occhi sconcertato.
Ma l'ora dei miracoli era appena iniziata. Fece a malapena in tempo a sbattere le palpebre che fuori dalla finestra fu di nuovo buio. L'astronomo che era in lui socchiuse la bocca per contestare l'evidenza, ma fu fatto tacere dalla voce più forte del bambino, che non si cura affatto che qualcosa sia possibile o meno, fintanto che ne è affascinato.
Luce e tenebra si avvicendarono in rapida successione ancora molte volte prima che il bambino ne avesse abbastanza di quel monotono caleidoscopio, lasciando finalmente spazio allo scienziato che cercava di spiegare il mistero. Non poteva esserci che una soluzione, naturalmente. Accettarla, tuttavia, significava accettare l'impossibile quasi come un atto di fede.
Davanti a lui i giorni e le notti passavano a velocità accelerata, ma non riusciva a porre le domande che la ragione gli dettava. Aveva perso il diritto di farlo nel momento in cui aveva accettato l'orologio. In ogni caso, il "come" aveva qualche importanza? Se questo era il modo di viaggiare nel futuro, che così fosse.
Alla fine le immagini grigio-blu e nere che balenavano ipnotizzanti oltre la finestra scavata nella pietra stancarono anche l'astronomo. Si voltò indietro - e dapprima parve che la corsa vertiginosa attraverso il tempo si fosse fermata. Niente si muoveva, tutto appariva fermo, invariabile. Ma poi si accorse che era solo un'illusione. Non potevano verificarsi rapidi mutamenti lì: le mura del monastero erano costruite per resistere ai secoli.
Tuttavia, anche nella cella c'erano alcune cose fatte di materiale meno durevole. Rimase pietrificato quando guardò le assi del letto accanto al suo gonfiarsi per l'umidità prolungata e infine spaccarsi e cadere a terra, dove lentamente si trasformarono in una massa informe sul pavimento di pietra.
Saltò giù dal letto quando si rese conto che lo stesso destino sarebbe toccato alle assi su cui sedeva. Come si aspettava, anch'esse finirono in un mucchio di segatura. Lui però non aveva sentito niente: se questa possibilità non gli fosse venuta in mente, avrebbe potuto continuare a stare seduto tranquillamente, sospeso a mezz'aria.
La porta di legno era decisamente più spessa, ma anch'essa finì per soccombere agli effetti della decomposizione. Dapprima vennero giù le sbarre di acciaio, poi cedettero i cardini, apparvero delle crepe, poi squarci e buchi, finché finalmente non rimase nulla a impedirgli di uscire nel corridoio. La cella aveva smesso di essere una prigione. Ma oltre la soglia, la libertà era una tenebra impenetrabile, perché nessuno aveva più acceso torce per rischiararla.
I pensieri di libertà gli ricordarono quanti infelici dopo di lui dovevano aver alloggiato in quelle prigioni. Durante quel rapidissimo movimento attraverso il tempo non aveva potuto vederli ovviamente, anche se a tratti aveva provato l'ingannevole sensazione che ci fosse qualcun altro insieme a lui. Durante gli istanti bui che erano le notti, gli sembrava di vedere una sagoma prendere forma sul letto accanto al suo, ma l'impressione era troppo breve per riconoscere alcunché. Nei baleni di luce che erano i giorni, qualcosa baluginava periodicamente davanti a lui, un accenno di movimento, ma era enigmatico come un lampo intravisto con la coda dell'occhio.
Il soffitto scomparve così di colpo che lui non ebbe il tempo di respirare. Un momento prima era lì e poi d'un tratto era sparito senza lasciare traccia, come se un gigante avesse tirato via un enorme coperchio dal monastero. Allo stesso tempo, anche tutti i muri divisori furono rimossi, lasciando solo le solide mura esterne, senza più finestre.
I giorni e le notti che si susseguivano rapidi erano incomparabilmente più entusiasmanti ora che l'intero firmamento era dispiegato sopra la sua testa rispetto a prima, quando vedeva solo un angolo minuscolo del cielo. L'intero universo sembrava sussurrare affrettatamente un messaggio segreto per lui…
Ma non gli fu dato il tempo di decifrarlo. Così come era misteriosamente scomparso, pochi istanti dopo il coperchio era di nuovo lì, anche se diverso da prima. Si trovò all'interno di un enorme spazio chiuso sopra il quale era sorta una cupola gigantesca. Solo le cattedrali vantavano delle volte simili, pensò, ma di certo questa non era una cattedrale: le loro cupole non avevano un'ampia fessura che ne tagliava il centro, e tanto meno un grande cilindro puntato verso l'alto attraverso quell'apertura.
Non si accorse che il viaggio era finito perché non ci fu un rallentamento; terminò all'improvviso. Era intento a guardare attraverso l'apertura della volta sopra la sua testa, ma il suo cuore dovette battere molte volte prima di rendersi conto che l'alternarsi di luce e ombra era cessato. Il cielo notturno che infine si assestò nei suoi occhi era cosparso degli ammassi di stelle che si possono scorgere nell'aria rarefatta di montagna.
Il rumore di uno scatto nella sua mano lo riscosse dalla paralisi che l'aveva sopraffatto. L'orologio gli era uscito del tutto di mente, sebbene fosse rimasto nel suo palmo aperto per tutto il tempo. Ora si era chiuso, poiché il suo lavoro magico era compiuto. Dapprima pensò di metterlo in tasca ma poi decise di tenerlo in mano; il primo pensiero avrebbe rivelato un'inammissibile mancanza di rispetto.
Lentamente e timidamente iniziò ad aggirarsi per la semioscurità di quell'ampia area. Mentre oggetti meravigliosi di cui non riusciva a indovinare la funzione entravano nel suo campo visivo, ricordò le parole del Tentatore; aveva detto che alla fine avrebbe visto da sé che era un osservatorio astronomico. Il tentatore doveva averlo fortemente sopravvalutato. Non c'era niente lì che riuscisse a riconoscere: non un telescopio, non un sestante, una mappa astrale o un modello in ottone del sistema planetario.
La maggior parte della superficie della parete circolare era invece ricoperta da strane finestre. Brillavano di una quantità di colori, ma non poteva trattarsi della luce esterna giacché era buio. Alcune forme si muovevano su di esse, e lui salì con cautela verso un lato della parete per vedere meglio. Scoprì che erano numeri gialli che avanzavano a perdita d'occhio in righe orizzontali su sfondi blu o rossi, apparendo a un'estremità e scomparendo all'altra, anche se non si vedeva da nessuna parte la matita che li stava scrivendo.
Sarebbe stato lì a lungo a fissare lo schermo luminoso, di cui non aveva nemmeno provato a decifrare il significato, se non fosse stato per il suono di alcune voci pacate che udì all'improvviso dietro di lui. Sussultò, colto di sorpresa. Durante il primo momento di confusione, tutto ciò che provò fu il bisogno istintivo di nascondersi da qualche parte, ma non ce n'era il tempo. Quando si voltò, a pochi passi da lui c'erano due sagome alte - un uomo e una donna - che indossavano dei vestiti lunghi e bianchi, e camminavano verso di lui parlando a bassa voce.
Dovevano averlo visto; era inevitabile, dato che stava proprio lì di fronte a loro, paralizzato e attonito. Invece gli passarono accanto, senza far caso alla sua evidente presenza, come se fosse completamente invisibile. Rimase lì a lungo, immobile, cercando di abituarsi a quest'idea impossibile, mentre le tempie gli martellavano ferocemente.
Le figure vestite di bianco salirono verso una finestra, non illuminata e notevolmente più grande delle altre, e iniziarono a toccare alcune protuberanze che sporgevano al di sotto. La finestra all'improvviso si accese, ma non uscì un flusso di numeri come sulle altre finestre. Apparve finalmente qualcosa che aveva un senso per il prigioniero. Il campo di stelle sembrava di gran lunga più denso, luminoso e nitido, ma non era sostanzialmente diverso da quello che vedeva con il suo piccolo telescopio.
Ma come poteva esserci la stessa immagine nel suo telescopio e in quella finestra? Che genere di finestra era quella? La risposta arrivò subito, ma ci volle ben più tempo prima che riuscisse a crederci. I due individui continuavano a toccare le protuberanze, e la scena iniziò lentamente a cambiare. Il mutamento di per sé gli era chiaro, ma non poteva comprendere da cosa era provocato. Avrebbe ottenuto lo stesso effetto se avesse lentamente alzato il suo telescopio: alcune stelle sarebbero scomparse sotto il margine inferiore, e nuove ne sarebbero apparse al margine superiore. Ma la finestra non si stava affatto muovendo.
Poi udì qualcosa ronzare dietro di lui. Era piuttosto flebile, come il suono di un'ape distante. Probabilmente non si sarebbe neanche voltato se non fosse stato costretto dal formicolio che lo prese alla nuca - la tensione della premonizione. Qualcosa stava accadendo alle sue spalle, qualcosa di grosso si stava muovendo.
Il pesante cilindro, posizionato verticalmente nella parte più bassa della fessura della cupola, si sollevò lentamente verso il punto più alto, anche se non riusciva a capire come si muovesse. Sembrava che si spostasse da solo, senza argano e funi.
Arrivò a capire quello che stava succedendo prima che il cilindro si fermasse a un angolo di circa settanta gradi. Tutto sommato, il Tentatore non l'aveva sopravvalutato troppo. Ad ogni modo, era solo una questione di proporzioni. Anche se era gigantesco, il telescopio aveva conservato la sua forma originaria. Quello che ancora non capiva era come avevano spostato l'oculare. Invece di essere nell'unico posto dove avrebbe potuto stare, sul fondo del cilindro, si trovava sulla parete, nella forma di una grande finestra che più persone potevano guardare allo stesso tempo.
L'immagine nella finestra si stabilizzò solo per un attimo, e subito intervenne un altro mutamento. Le stelle iniziarono a scorrere fuori da tutti i bordi della finestra come se il telescopio fosse lanciato attraverso il cielo a una velocità incredibile, pur restando immobile dov'era. Penetrava sempre più in profondità nell'universo buio, diretto verso un punto irraggiungibile all'infinito.
Fu una sensazione inebriante, incantevole. E poi, come se non bastasse, risuonò una musica. La donna vestita di bianco andò per un momento a una finestra più piccola e toccò qualcosa. In quello stesso istante quei suoni cristallini di un'armonia celestiale riecheggiarono da tutti i lati. Non riusciva a scorgere né musicisti né strumenti, non ci capiva niente, ma non gli importava. Stava sperimentando ciò che si può provare al più una volta nella vita: un'ascensione.
Le due esaltazioni si fusero in una. Un punto al centro dell'immagine cominciò a diventare più grande, a espandersi. All'inizio era una stella come le innumerevoli altre intorno, quindi divenne un cerchio, poi un anello, e infine esplose in un fiore merlettato che riempì l'intera finestra. Nell'istante in cui aprì i petali rosei e vaporosi, la musica fluttuò verso l'alto, salutando con un crescendo di gioia la comparsa del nucleo giallo - l'occhio nascosto del Creatore.
Non provò frustrazione quando tutto intorno a lui all'improvviso si fermò e divenne silenzioso. Sapeva che sarebbe accaduto, che il coperchio dell'orologio si sarebbe riaperto. Il momento del dietro-front fu perfetto. L'epifania aveva appena avuto luogo. Avrebbe osato sperare di più?
I viaggi di ritorno sembrano sempre più brevi di quelli di andata. Non ci furono nuove sorprese e meraviglie a rallentare il tempo. Anche se provava sgomento guardando la sequenza invertita di ciò che aveva visto prima - la scomparsa della cupola, il ritorno delle finestre con le sbarre, il ricrearsi delle porte e dei letti, il balenare dei giorni e delle notti - i suoi pensieri erano altrove.
In quei pensieri confusi prese forma gradualmente un interrogativo cruciale.
La fine del viaggio giunse improvvisa anche questa volta, proprio come quando era approdato nel futuro. In un primo momento, quando i suoi occhi erano ancora accecati dai lampi, non poté scorgere nessuno all'altro lato della cella. Le dita di ghiaccio del terrore gli strinsero il petto. E se il suo interlocutore se ne fosse andato? Se si fosse solo preso gioco di lui? Dal Tentatore c'era da aspettarselo. Così lui non avrebbe mai saputo.
"Allora?" chiese una voce gentile nell'oscurità.
Cercò di soffocare il sospiro di sollievo, ma lo sforzo fu vano nel cupo silenzio della notte. "Avete detto che l'osservatorio è intitolato a me, è così?" Non c'era tempo per girare intorno alla questione; doveva arrivare dritto al punto.
"Sì."
"E perché?"
"Cosa vuole dire?"
"Per via della scoperta che ho fatto o perché sono stato bruciato sul rogo per non averla rinnegata?"
"Per entrambe le cose, anche se decisamente di più per l'atto del sacrificio. Vede, nell'epoca che ha appena visitato, la sua scoperta ha solo un valore storico. Non è stata confutata, ma è secondaria, insignificante, quasi dimenticata. Come ha visto, ci sono stati grandi progressi nel frattempo. Ma la sua morte sul rogo non sarà dimenticata."
Da qualche parte nel cuore del monastero giunse il rumore di passi pesanti. Non potevano essere solo due guardie. Un gruppo più numeroso stava camminando per i corridoi.
"Questo significa che non ho scelta?" chiese velocemente il prigioniero. "Se all'osservatorio è stato dato il mio nome perché sono stato bruciato sul rogo, ne consegue necessariamente che non c'è alcun modo di evitare questo destino. Ma invece io posso ancora farlo. Ho ancora il libero arbitrio. Stanno arrivando. Che succede se dico 'sì' quando mi chiederanno di rinnegare la scoperta? Questo mi salverebbe dal rogo e cambierebbe il futuro, vero? Ma il futuro non può essere cambiato; io l'ho visto con i miei occhi."
I passi si fermarono per un momento, e in lontananza si udì l'eco dello stridore di un cancello a sbarre che veniva aperto.
"È proprio così. Non può cambiare quello che ha visto. E lei ha visto solo ciò che è irrefutabile, ciò che non può influenzare in alcun modo. Quello che non ha visto, tuttavia, è se l'osservatorio porterà effettivamente il suo nome."
Il prigioniero aprì la bocca per dire qualcosa, ma non ne uscì alcun suono. La sua vista si era riadattata nel frattempo, così ora nella luce fioca dell'alba che scendeva dalla finestrella in alto riuscì a distinguere il profilo del suo visitatore. La testa era in qualche modo allungata, come se avesse qualcosa appoggiato sopra.
"No, non l'ho ingannata, se è questo che pensava," proseguì. "L'osservatorio porterà davvero il suo nome, se sarà bruciato sul rogo. Ma se non lo sarà, verrà intitolato a qualcun altro. Uno dei suoi studenti, per esempio, che sarà più coraggioso di lei. Non c'è predeterminazione. Il suo libero arbitrio determina ciò che accadrà. Dovrà scegliere tra una morte orribile tra le fiamme e una vita penitente di astronomo reale sotto l'ala della Chiesa, la cui tranquillità sarà perturbata solo dal disprezzo di un manipolo di studenti e forse dal peso sulla coscienza; tra la soddisfazione della sua vanità e il saggio riconoscimento del fatto che in fin dei conti non farà alcuna differenza a chi sarà intitolato l'osservatorio. Non la invidio. Non è una scelta facile."
I passi si fermarono rimbombando di fronte alla porta della cella, e una chiave fu infilata nella grossa serratura.
"Voi sapete cosa deciderò?" disse affrettatamente il prigioniero con voce sommessa. Era più un'affermazione che una domanda.
"Sì", rispose la voce gentile.
I cardini arrugginiti stridettero acutamente, e nella piccola cella entrò un secondino robusto con una torcia sollevata, seguito da due inquirenti dell'Inquisizione vestiti con le tonache rosse dell'alto clero. Per ultimo entrò un altro soldato che reggeva una torcia. Non c'era altro spazio all'interno della cella, così gli altri tre soldati aspettarono nel corridoio.
Nella luce fuligginosa il prigioniero lanciò un'occhiata espressiva alla figura seduta sul letto accanto al suo. Lo strano oggetto sulla sua testa era una specie di copricapo cilindrico con un'ampia tesa, e l'ombra che proiettava nascondeva completamente il volto dell'uomo.
Non si aspettava che il visitatore si trattenesse lì. Permetteva che gli altri lo vedessero? Ma nessuno prestava attenzione a lui, come se non fosse lì, come se fosse invisibile. In altre circostanze ciò avrebbe sbalordito il prigioniero, ma dopo la sua recente esperienza lo accettò come un fatto assolutamente naturale.
"Lazar," disse il primo prete, rivolgendosi a lui con tono solenne, "questa è l'ultima volta che ti verrà chiesto: abiuri l'eresia e accetti con pentimento sincero gli insegnamenti della nostra Santa Madre Chiesa?"
Il prigioniero non distolse gli occhi dalla figura vestita di nero, ma vide che si era tramutata in una statua. Sedeva con la testa china, in silenzio, come un uomo anziano addormentato, con le mani dai guanti bianchi appoggiate sopra il bastone. Sembrava indifferente, come se tutto quello non avesse niente a che fare con lui, come se non fosse minimamente interessato. Il silenzio si fece pesante per la tensione e l'attesa.
E poi, finalmente, l'astronomo reale si voltò lentamente verso gli inquisitori e diede la sua risposta monosillabica.
Testo segnalato da: Tamar Yellin
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