Un oscuro amore dal mare
di Renato Buezo, Guatemala
(traduzione di Pamela Cologna)



I
Dopo aver fatto l'amore, si tirò su la zip e si buttò in mare. Si buttò come un pazzo senza rotta, come un cocco trascinato cento volte dalla stessa onda, da tutte le onde che arrivavano per lui e che ogni volta lo espellevano dall'intimità della spuma, dalla verità del suo sale.
Lo trovai abbandonato vicino al mare, bagnato, freddoloso, puzzolente di segreti marini che lui non conosceva, che aveva addosso senza capire. Abbandonato nella sua posizione di feto appena vomitato, tremava convulso, agonizzando in una vita di niente. Per me queste cose del mare sono note, ma per lui, che non capisce, sono sconosciute, cose di un sole conciso che si nasconde dalla notte gridando qualcosa che questo mare inghiotte, qualcosa che non sa nessuno, che nessuno può sapere.
Noi ragazze lo individuammo dal molo, camminavamo come tutte le sere, su quelle assi che non si stancano e tra quei ferri corrosi dal vento che non si ferma finché non è sazio. Quindi tutto quello che esce da questo mare è nostro, tutto quello che gli arriva è nostro. Siamo le sentinelle della poca grazia che rimane alle nostre sere. Siamo il faro stesso del mare.


II
È un uomo, disse mia madre quando lo portai a casa. Lo disse con il tono tipico di papà. Lo portai non so nemmeno io come. Tutte quelle strade sabbiose mi sembravano pendii scoscesi; ogni passo, con la divisa inzuppata e queste scarpe fastidiose che mi scappano dai piedi, era una tortura necessaria, un offuscamento inevitabile, e quando mi bruciarono i piedi e il suo vomito impestò il mio seno, sentii i bisbigli della gente; l'infamia di quei commenti mi fece riflettere. Ora so perché non capiscono; lo portano appeso sul petto, nel portafoglio, in un tatuaggio dai particolari sorprendenti, crocifisso tutti i giorni, a tutte le ore.
Io sono il tuo Cristo, amore mio.
Lo dissi per lui, e a nessun altro, e voglio vivere così, inchiodata per sempre sulla croce della tua vita, senza null'altro.
Portavo il cuore al galoppo per terre sconosciute. Il mattino mi fece disperare con le sue lezioni di etica e le sue ricreazioni chiassose. Mi dissero che sembrava stessi sulla luna: che altro potevano dirmi? Non rinvenne per tutta la notte; la mattina gli diedi da bere acqua zuccherata. Apprezzò con un suono gutturale, qualcosa che solo io capii. Vattene, vattene, che è già tardi, disse mia madre. Quando ritornai, dopo la scuola, stava come lo avevo trovato al mare: abbandonato di fianco alla casa, tremava di paura. Dalla bocca gli uscivano grida disperate e spumose che iniziavano a formare una piccola pozza, desiderando essere mare. Maledissi mia madre. Se avessi potuto andarmene via con lui, lo avrei fatto, ma le gambe mi facevano male e l'unico posto che avevo era il molo.
Cercai di sollevarlo. Era più duro di prima. La gente iniziava a parlare. Papà veniva per il pranzo e quando vide che tutti stavano a guardare senza fare niente, tentennò, pensò di ritornare al lavoro, di abbandonare la sua unica figlia fra tutta quella marea impazzita, non voleva reclamarla. Ma la collera, insieme all'amore che prova per me lo condussero fin qui, da me, da lui, da noi.


III
Non uscii quella sera. Le ragazze vennero a cercarmi ma mia madre era insopportabile, per come urlava a papà. Non mi rivolse la parola, e quel fannullone, per l'amor di Dio, non si alza dal letto nemmeno per pisciare, poi carica di disprezzo se ne andò a raccontare a tutti l'accaduto. Per un certo tempo ci fu un po' di calma. Quando fu sera mia madre ritornò, ma nel frattempo erano successe delle cose.
Rimasi a chiacchierare con lui seduta su una sedia, mi ascoltò come fa il mare. Poi mi misi a sedere sul letto. A poco a poco mi avvicinai, finché all'improvviso gli accarezzai il viso con la mano e, giocando con i suoi capelli indicibili, si addormentò. Mi sdraiai al suo fianco, che cosa meravigliosa. Non so perché papà era così tranquillo mentre sua figlia giaceva a letto con un uomo. Poi, ecco la tortura di mia madre.


IV
All'alba eravamo circondati dalla confusione del mercato. Non c'era scuola. Papà non andò al lavoro. Mia madre fece la spesa. Il resto della mattina la impiegò a regalare la mia storia a gente inquieta che tutte le settimane veniva a sistemarsi di fronte a casa nostra. Quella mattina approfittai per fargli un bagno. All'inizio si oppose con quella durezza da mangrovia che lo caratterizzava; poi, quando lo accarezzai, si rilassò fino a diventare molle. Papà mi aiutò con l'acqua mentre io gli toglievo il sapone, e quando andai a prendere un asciugamano gli accarezzai il resto. Mi guardò, come quando gli raccontavo del più e del meno dalla sedia, con un sorriso che finì di inchiodarmi alla sua croce. Papà gli prestò dei pantaloni attillati, una guayabera alla veracruzana e i mocassini che in quei giorni usava sempre. Così rischio, disse. Io lo sapevo e mi aspettavo il peggio. Invece quando ritornò mia madre, accolse quello che avevamo fatto con vera sorpresa. Gli cucinò delle erbe, patate lesse con formaggio secco e una limonata così abbondante da poterci attraversare il deserto. Cantando rimproveri se ne andava felice per casa, che come avevamo potuto non accudirlo fino a quel momento, che era bellissimo in quella tenuta, gli mancava solo di camminare. Conoscevo mia madre. Non mi feci illusioni. Non era da lei e, per non fare brutta figura, sorrideva anche con la stessa espressione di papà, per obbligo, perché qui gatta ci cova, me lo disse papà all'orecchio mentre mia madre era distratta. Mi aiutò a portarlo in sala da pranzo. Tutti e quattro insieme sembravamo una famiglia. Io gli davo da mangiare e lui muoveva le mani senza riuscire a sollevare le braccia. Era felice. Mangiava e si strozzava. A tratti gli saliva su il cibo. Ridevamo. Un bel sorso di limone, ancora due cucchiaiate. Io e papà ridevamo; il viso di mia madre ritornò dubbioso, perso, controllato.
Vomitò. Era già la seconda volta che vomitava. Non mi diede fastidio né questa né la prima volta, sentivo che faceva parte di una quotidianità piacevole, familiare, non ti preoccupare amore mio. Il viso di mia madre, pensai. Mentre gli pulivo il vomito, diressi lo sguardo verso di lei. Fu la prima volta che lo vidi piangere. Il viso della signora, abbruttito dalla collera, urlò insulti che sgretolarono quel poco che avevamo costruito.
Il resto di quella giornata tornò a essere un tormento. Mia madre, prigioniera dei suoi insulti, non la smetteva. Io e papà lo portammo in bagno, lo pulimmo, ci pulimmo, lo riportammo a letto, quanto potevo odiarla. Di notte sentii le grida di mia madre, immaginai papà con il cuscino sulla testa. La mia camera era chiusa a chiave. Le saltano in mente molte cose, e tra le tante c'è anche questa. Quando compii quattordici anni, un ragazzo della scuola mi faceva la corte. Stava all'ultimo anno e io ero appena una ragazzina; ma in questo mare dell'amore si fa presto. Anche a me piacevano tutte le cose di quei giorni: i pomeriggi al molo, le sue mani abbronzate, una volta toccò alle gambe, un'altra ai seni. E siccome qui c'è gente che adora raccontare le cose alle persone meno indicate, mia madre lo venne a sapere. Da lì partirono le reclusioni, perciò mi vidi costretta a fare una copia della chiave; non l'avevo mai usata. Quella notte, con la casa in silenzio, uscii. Anche la porta della sua stanza era chiusa. La mattina, quando papà si alzò, vide sua figlia che dormiva come un cane, coricata sul pavimento, attaccata alla porta di casa ad aspettare che il padrone la facesse entrare.
Mi riportò in camera. Cinque minuti dopo venne a dirmi le novità, era tutto a posto. Mia madre era abituata a svegliarsi tardi la domenica, un punto a nostro favore. Riposai senza dormire. Subito dopo feci un bagno, ero bella fresca per lui. Papà aveva già fatto il lavoro, perciò potevo dedicarmici totalmente. Era molto più tranquillo rispetto alla sera prima. Mi sorrideva e con le sue manine come legate al corpo mi fece dei segni. Voleva che gli cambiassi la camicia. La guayabera era bagnata ora, perciò gli misi una camicia qualsiasi, dei pantaloni dritti e i mocassini neri. Quando arrivai in camera con i vestiti mi fece capire con saltelli, spinte di schiena e suoni gutturali che voleva un bagno accurato come il precedente. Mia madre si svegliò ammalata, erano i nervi e non so che altro. Papà mi aiutò di nuovo e, mentre lo portava in braccio, mi suggerì un ospedale, magari psichiatrico, dove avrebbero potuto accudirlo come si deve. Non risposi. Lui chiuse gli occhi. Bisognò portare mia madre in ospedale. Approfittando del viaggio, papà cercava di informarsi. Non potevo crederci; andava tutto in malora.


V
Arrivata la sera gli preparai una minestra. Mangiammo nello stesso piatto. Pensavo a tutte queste cose, ma non mi sfiorava nemmeno l'idea che sarebbe finito tutto. Per me sarebbe stato lo stesso, vivere sulla panchina di un parco o avere una casa. Lo portai fuori in cortile nella carriola a mano di papà e lì mi feci il bagno. Se lo avevo visto nudo io, anche lui aveva lo stesso diritto su di me. Gli piacque, lo so. Se le sue mani avessero avuto un po' più di libertà forse lo avrei visto masturbarsi.
I miei genitori tardarono un po' di più. In loro assenza andammo al molo. Io, vestita con gonna di cotone a margheritine filata a mano, nastro di seta blu, camicetta di stoffa come quella delle finestre e sandali a fiori. Lui, scalpitando allegro a bordo della carriola, forse intuiva.
Arrivammo al molo quando i passanti ritornavano al villaggio. Non incontrai le ragazze. Quelli che stavano lì erano pescatori che non conoscevo. Lo misi a sedere appoggiato alla base della mia colonna preferita. Era maestoso, con il sole a metà, il fusto ossidato che gli usciva da dietro la testa sembrava un'estensione della sua colonna vertebrale, corrosa fino al midollo, quasi come se stesse morendo all'impiedi. Mi misi a sedere sul bordo, con le gambe penzoloni, le mani molto vicine a lui. Contro la volontà del destino, le sue gambe si mossero a fatica, mi sollevarono la gonna, gli tolsi le scarpe, mi accarezzò.
Dopo aver fatto l'amore, con difficoltà si tirò su la zip e si buttò in mare.



Testo segnalato da: Buràn
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